Le vicissitudini della
famiglia Buendía nascono dalla mente del celebre Gabo e sembrano non giungere
mai a una fine. Le generazioni si succedono per 20 lustri senza mai trovare la
risoluzione dell’infelicità che le ha sempre tormentate. Quella dei Buendía
appare quasi come una maledizione, iniziata da quando José Arcadio Buendía e la
moglie Úrsula Iguarán, mettono le loro radici nella città di Macondo, da loro
stessi fondata. Da qui un susseguirsi di disgrazie e lutti colpiranno
incessantemente tutti i protagonisti, incapaci a ribellarsi a un destino
abietto e sconsiderato che vuole la sua fine solo con la nascita di un figlio
con una coda di maiale, come preannunciato dalle pergamene dell’indovino
Melquiades, che gli abitanti provano a decifrare. La saga dei vari Aureliani
sforna così i più disparati stereotipi dei vizi umani e delle loro aberrazioni.
Incesti, morti, resurrezioni e stramberie, fanno da cornice alle dolorose
vicende storiche del Sudamerica per contrastare l’ascesa del colonialismo
statunitense. Una grande allegoria della storia colombiana, dilaniata dalle
lotte tra il partito Conservatore e quello Liberale, eppure travolta e
aggrappata al cambiamento e all’ammodernamento, con l’arrivo della ferrovia,
della radio e delle automobili. Una storia di avanguardia in cui i Buendía non
troveranno mai posto, schiavi della loro incessante solitudine e di un destino
che diviene uno stato mentale. Come quello del colonnello Aureliano Buendía,
che promosse trentadue insurrezioni senza vincerne una, che ebbe diciassette
figli illegittimi e glieli uccisero tutti, che sfuggì al famoso plotone di
esecuzione, per poi finire i suoi giorni fabbricando pesciolini d’oro.

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