CENT’ANNI DI SOLITUDINE (Gabriel García Márquez)



Le vicissitudini della famiglia Buendía nascono dalla mente del celebre Gabo e sembrano non giungere mai a una fine. Le generazioni si succedono per 20 lustri senza mai trovare la risoluzione dell’infelicità che le ha sempre tormentate. Quella dei Buendía appare quasi come una maledizione, iniziata da quando José Arcadio Buendía e la moglie Úrsula Iguarán, mettono le loro radici nella città di Macondo, da loro stessi fondata. Da qui un susseguirsi di disgrazie e lutti colpiranno incessantemente tutti i protagonisti, incapaci a ribellarsi a un destino abietto e sconsiderato che vuole la sua fine solo con la nascita di un figlio con una coda di maiale, come preannunciato dalle pergamene dell’indovino Melquiades, che gli abitanti provano a decifrare. La saga dei vari Aureliani sforna così i più disparati stereotipi dei vizi umani e delle loro aberrazioni. Incesti, morti, resurrezioni e stramberie, fanno da cornice alle dolorose vicende storiche del Sudamerica per contrastare l’ascesa del colonialismo statunitense. Una grande allegoria della storia colombiana, dilaniata dalle lotte tra il partito Conservatore e quello Liberale, eppure travolta e aggrappata al cambiamento e all’ammodernamento, con l’arrivo della ferrovia, della radio e delle automobili. Una storia di avanguardia in cui i Buendía non troveranno mai posto, schiavi della loro incessante solitudine e di un destino che diviene uno stato mentale. Come quello del colonnello Aureliano Buendía, che promosse trentadue insurrezioni senza vincerne una, che ebbe diciassette figli illegittimi e glieli uccisero tutti, che sfuggì al famoso plotone di esecuzione, per poi finire i suoi giorni fabbricando pesciolini d’oro.

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